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Gli iscritti possono visionare sul sito del Consiglio nazionale il nuovo regolamento sulla Formazione Professionale Continua in vigore dal 31 maggio 2016 - Questo il link: https://www.odg.it/wp-content/uploads/2018/07/2016.05.31_B.U.-n.-10.pdf
Si consiglia ai colleghi, soprattutto a quanti si iscrivono ad un corso con largo anticipo, di verificare un paio di giorni prima sulla Piattaforma Sigef eventuali cambi di sede o di orario del corso stesso. In alcuni casi, infatti, l'improvvisa indisponibilità di una sala, o l'alto numero di iscritti e di colleghi in lista d'attesa per l'evento formativo, impongono un cambio della location rispetto alle indicazioni iniziali.

Luigi SACILOTTO - a cura di Enzo di Grazia - Cordovado (PN) Palazzo Cecchini 9 - 31 maggio 2015 - Orari di apertura - dal martedì al venerdì: 15.00 - 18.30; sabato: 10.00 - 12.00 e 15.00 - 18.00; domenica: 15.00 - 18.00
UNA STORIA LUNGA QUARANT’ANNI


La vicenda artistica di Sacilotto si sviluppa - in maniera lineare ma sofferta - lungo quasi mezzo secolo di vicende, sociali e artistiche; e segna pun-tualmente lo sviluppo della cultura, della storia e della sua personalità, attraverso le scelte che hanno caratterizzato la sua produzione.
L'esordio è in delicato equilibrio tra una società civile ancora per molti aspetti legata ad una tradizione atavica di agricoltura e l'incipiente "miracolo del Nord Est" che a Pordenone trovava uno dei cardini.
In perfetta adesione allo spirito neorealistico che ancora dominava la cultura visiva degli anni Settanta, lo sguardo si rivolse al quotidiano, agli oggetti di vita vissuta, soprattutto del mondo contadino.
Ma l'industrializzazione dilagante poneva anche interrogativi ed ipotesi impossibili da ignorare.
Il primo approccio fu con l'ansia di metropoli tentacolari che occupassero tutti gli spazi utili per sottrarli alla vita dell'uomo: l'idea che l'urbanizza-zione trasformasse radicalmente i territori (e, forse, principalmente il "suo" territorio atavico) si trasformò in composizioni surrealmente geome-triche, invasive ed eleganti al tempo stesso.
Ma soprattutto la paura inconscia di un "mondo di plastica" sollecitava molte soluzioni creative, tra cui l'utilizzo dei poliuretani nella scultura: in Sacilotto si manifestò addi-rittura come ipotesi di un "mondo di plastica” in cui, attraverso un processo di "catalizzazione", gli oggetti di ogni gior-no si fissavano in una imperturbabilità di plastica bituminosa che creava angoscianti e suggestivi ambienti di vita, dall'attaccapanni con abiti veri resi impraticabili ed eterni - almeno quanto può esserlo un materiale che non si degrada dopo millenni - al televisore trasformato in blocco nero di plastica.
Le "colate" di poliuretano cominciarono a sgorgare quasi dal nulla in ogni angolo.
Era evidente l'approccio naturale e corretto ad una certa visione dell'arte povera; ma era ancora più drammatico il suggerimento di una "non vita" soffocata dalla plastica.
Nel corso degli anni, è sembrato che la sua visione andasse ammorbidendosi, quando si è registrato il passaggio da un "nero assoluto" verso un cromatismo più vario e leggero, quasi persino giocoso fino alle recenti composizioni che giocano sull'entusiasmo dei riflessi cromatici e sulla bril-lantezza degli argenti.
In realtà, il senso di angoscia rimane comunque nell'indefinita massa che deriva pari pari dalle prime "colate" e nei secchi colmi di poliuretani che li spiazzano dalla funzione per farli diventare pesanti ingombri nella vita.
E non è molto più tranquillizzante - nonostante l'apparente levità - la scelta del modulo adottato per le composizioni, una sorta
di rostro o di artiglio che diventa via via elemento di decorazione, più che oggetto identificabile o utile.
Il territorio in cui vive in mezzo secolo ha visto compiersi una parabola che dalla civiltà contadina lo ha portato all'apice dell'industrializzazione e ora rischia di farlo ripiomba-re nel buio di una crisi di cui non si conoscono ancora i contorni.
In questa terra, Sacilotto continua a vivere una vita in bilico tra i campi e le esigenze dell'urbanizzazione cercando attraverso la creatività di espri-mere il disagio suo e di quanti gli vivono intorno.
E' naturale, quindi, che le sue composizioni, venate di una tristezza inguaribile per l'"umanesimo perduto" nelle fabbriche, cerchino comunque di recuperare una dignità dell'estetica affidandosi alla leggerezza dello spettro cromatico, alle trasparenze, all'ariosità delle composizioni.
Anche se, alla fine, quell'artiglio teso nel vuoto non è meno angosciante delle "Città" tentacolari delle prime esperienze.
Enzo di Grazia

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