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Libertà di Stampa: Italia 77. nel mondo

L’Italia è al 77.o posto nel mondo quanto a libertà di stampa. Lo dice l’annuale rapporto stilato da Reporter senza frontiere. «Un dato che deve far riflettere, anche se non ci sorprende. Del resto, in Italia vige ancora il carcere per i giornalisti, dobbiamo fare i conti con fenomeni come le querele temerarie e le intimidazioni ai cronisti, mancano adeguate normative antitrust e ciclicamente riemergono tentativi mai sopiti di mettere limiti o bavagli all'attività dei cronisti», commenta il segretario Lorusso.

 

Quartultima in Europa, 77.a al mondo. È questa la posizione che occupa l’Italia secondo l’annuale classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporter senza frontiere. E poco consola il fatto che ovunque nel mondo il 2015 abbia visto peggiorare le condizioni di lavoro degli operatori dell’informazione o che il vecchio continente sia ancora l’area dove i giornalisti godono di maggiori tutele. 
L’Italia perde quattro posizioni rispetto al 2014, quando occupava il già poco lusinghiero 73.o posto: fanno peggio solo Cipro, Grecia e Bulgaria e i giornalisti in maggiore difficoltà nel Belpaese, dice Rsf, sono quelli che fanno inchieste su corruzione e crimine organizzato. 
«Il settantasettesimo posto nella classifica sulla libertà di stampa pubblicata da Reporter senza frontiere – commenta il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso – è un dato che deve far riflettere tutti anche se non ci sorprende. Del resto, in Italia vige ancora l'articolo 595 del codice penale che prevede il carcere per i giornalisti: non aiuta certo in una classifica sulla libertà di stampa. Anche se da anni si parla di intervenire, il 595 è sempre lì». 
Va meglio dello scorso anno in Africa, dove c’è più libertà di stampa che in America, piagata dalla «violenza crescente contro i giornalisti in America latina», spiega il Rapporto, mentre l'Asia continua ad essere il continente peggio valutato. Il nord dell'Africa e il Medio Oriente sono «la regione del mondo in cui i giornalisti sono sottoposti a difficoltà di ogni tipo» per esercitare il proprio lavoro, ma anche in Europa si registra un indebolimento della libertà dei media. 
Dei 180 Paesi valutati, la Finlandia continua ad essere quello in cui le condizioni di lavoro per i giornalisti sono migliori (è in cima alla classifica accade dal 2010; seguita da l'Olanda, che guadagna due posti, e la Norvegia, che ha perso la seconda posizione. Russia, Turchia ed Egitto sono rispettivamente al 48esimo, 151esimo e al 159esimo posto. Chiudono la classifica Turkmenistan (178esimo), Corea del Nord (179esima) ed Eritrea (180esimo), mentre i miglioramenti più considerevoli riguardano la Tunisia, che guadagna 30 posizioni, e l'Ucraina che risale di 22 posti. 
E se in alcuni Paesi in guerra, come Iraq (158°), Libia (164°) e Yemen (170°), esercitare il giornalismo è «un atto di coraggio», dice ancora Rsf, in America Latina, «la violenza istituzionale (in Venezuela, al 139esimo, o in Ecuador, 109), quella del crimine organizzato (come in Honduras, 137), l'impunità (Colombia, 134), la corruzione (come in Brasile, 104), e la concentrazione dei media (come in Argentina, 54º) costituiscono i principali ostacoli per la libertà di stampa». 
Per quanto riguarda l'Italia, infine, il rapporto di Rsf cita esplicitamente le conseguenze giudiziarie per i giornalisti che hanno rivelato informazioni riservate sulla Santa Sede: «In Vaticano, è la giustizia che se la prende con la stampa nel contesto dello scandalo Vatileaks e Vatileaks2». E i due giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi rischiano 8 anni di carcere per aver pubblicato i loro libri che rivelano gli sperperi finanziari della Città Santa. 
«Ma la stampa in Italia – dice ancora Lorusso - ha anche altri problemi, che non riguardano solo la libertà ma un'organizzazione complessiva di tutto il sistema. Si va dall'assenza di normative antitrust ai meccanismi di nomina della governance dell'ente radiotelevisivo di Stato, che resta legato all'esecutivo in carica. C’è il fenomeno sempre più preoccupante dei cronisti minacciati e costretti a vivere sotto scorta, c'è il tema delle querele temerarie spesso usate a scopo intimidatorio, sul quale ancora manca un provvedimento. Siamo lontani dalle linee guida auspicate dall'Europa, secondo le quali la querela intimidatoria deve portare, in caso di sconfitta del querelante, non solo al pagamento delle spese processuali ma anche a sanzioni proporzionali all'entità del risarcimento richiesto con la querela». 
E ancora: «Ciclicamente riemergono poi i tentativi mai sopiti di mettere limiti o bavagli all'attività giornalistica, in particolare per quanto riguarda la decisione se pubblicare o no atti giudiziari. E qui occorre essere chiari: il giornalista non può essere depositario di segreti. Se arrivano in mano a un giornalista, e riguardano fatti di pubblico interesse e rilevanza sociale, le notizie o i contenuti di atti devono essere pubblicati, segreti o no. Non sta ai giornalisti proteggere quel segreto. Alla fine - conclude il segretario Fnsi - tutto ciò incide, naturalmente, quando si fanno classifiche sulla libertà di stampa. Carcere per i giornalisti compreso».

 

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