GIORNALISTI, ANNO DECISIVO

PUBBLICITA' IN CALO

MEETING D'INVERNO

BASTA CON I TAGLI

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCOLO DELLA STAMPA


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Cosa vuol dire oggi parlare di populismo? Se lo chiede Luca Ricolfi, sociologo ed editorialista del Gazzettino, stimolato dal direttore del giornale Roberto Papetti, durante l'incontro di pordenonelegge, partendo dal suo ultimo libro Sinistra e popolo: il conflitto politico nell'era dei populismi. Parafrasando Gaber, spiega che ci sono populismi di destra e di sinistra, in Europa, ma in Italia sembra che l'unico populismo ad attestarsi come tale sia quello in salsa 5 Stelle, con il suo approccio organicistico, il suo rapporto diretto col leader carismatico e la visione biologica infettiva del nemico (dai banchieri ai politici corrotti), manifestandosi in relazione a una domanda di protezione. La sinistra, il suo popolo l'ha perso per strada. A dare il primo colpo allo scollamento è il boom economico, a cui gli intellettuali, come Pasolini, rispondono con la nostalgia; poi Berlinguer col compromesso storico sancisce l'alleanza coi ceti medi; negli anni Ottanta inizia la deindustrializzazione e tanti saluti: la sinistra non si è occupata più della classe operaia. Per fortuna negli anni Novanta arrivano i migranti e arriva il doppio colpo di genio: ci si può occupare di loro e anche del politicamente corretto. «Ma la classe dirigente di sinistra è ancora così antipatica come appariva 12 anni fa nel libro dello stesso autore Perché siamo antipatici?» chiede con sottigliezza Papetti. Secondo Ricolfi la classe dirigente è peggiore di quella precedente, ma meno antipatica. Sembra infatti caduta la convinzione di rappresentare la parte migliore del Paese, pur permanendo nell'elettorato la supponenza di essere moralmente superiore: Renzi e soci oggi cercano di conquistare l'elettorato di destra. Tra i vari esponenti emergono segnali di cedimento: Serracchiani considera peggiore lo stupro da parte di un profugo, Minniti cerca di mettere un freno all'immigrazione, il sindaco di Firenze ammansisce contro lo sballo. Attirandosi le critiche dei loro stessi compagni di partito. E Papetti mette elegantemente sul piatto un altro argomento dirimente per gli esiti elettorali: lo ius soli, certamente non compreso dalla maggioranza degli italiani. Nei prossimi mesi questa la previsione di Ricolfi, che nel suo recente editoriale aveva rivendicato il diritto della gente ad avere paura, sentimento naturale e legittimo, da non confondere con l'odio la sinistra si occuperà di questioni marginali, come la propaganda fascista, il reato di tortura, il fine vita, per continuare a mandare al ceto medio di riferimento segnali di civiltà, per sentirsi migliori, e non rischiare nel contempo di regalare voti a Grillo o Bersani. Ma questa frattura tra sinistra e popolo - si chiede Papetti - si potrà ricomporre? Ci vorrebbe un atto di coraggio affrontando debito pubblico e disoccupazione creando almeno 3 milioni di posti di lavoro, ma chi lo potrà avere?

C'è la questione della rappresentazione del corpo femminile da parte dei media, ma anche le origini infantili della violenza di genere. In giornate il cui il tema si rivela di drammatica attualità, il confronto fra la scrittrice femminista Lorella Zanardo e l'analista Francesco Stoppa ha indagato ieri molteplici aspetti del rapporto fra i sessi. Il punto di partenza di Stoppa è Jacques Lacan e la sua idea di posizione femminile: «Una posizione a un tempo estremamente legata al tema della differenza ma, insieme, una posizione politica. Pensiamo per esempio ai rapporti che il maschio ha con il corpo e con il linguaggio: il maschio non interroga né l'uno né l'altro, li usa e basta. C'è sempre un terrore, nell'uomo, di perdere qualcosa della sua identità nel momento in cui il corpo parla come non si aspetterebbe lui. Nella donna, invece, il rapporto con il corpo e il linguaggio è un rapporto critico».
A proposito di corpo, Zanardo richiama l'attenzione sulla questione della rappresentazione del corpo femminile da parte dei media: «Non c'è un'immagine televisiva, una sola immagine di corpi effettivamente liberati: sono corpi ingabbiati, sempre a favore di telecamera, rigidi. È importante partire da lì per comprendere quanto sta accadendo oggi nella società, di quali prodotti mediatici fruiscono oggi ragazzi e ragazze».
Nella ricerca delle origini infantili della violenza di genere, Stoppa indaga il rapporto madre-bambino e la necessità, a un certo punto, di venire a patti: «L'uomo adulto che commette violenza sembra non aver realizzato questa parte: la madre è rimasta per lui una figura onnipotente, con la quale non si può arrivare a patti». L'altro aspetto che entra in gioco poi nella violenza di genere è, secondo Stoppa, è «il tema dell'invidia, da parte dell'uomo, del rapporto privilegiato della donna con la vita».
A leggere le confessioni di chi commette femminicidio, tuttavia, rileva Zanardo, una motivazione è trasversale, indipendente da età e condizione sociale, ed è la spiegazione L'ho uccisa perché mi voleva lasciare. «C'è l'impossibilità di comprendere che l'altro possa essere indipendente» commenta Zanardo, rilevando però anche come sia difficile stabilire se vi sia un reale aumento del numero degli episodi o se a essere aumentata sia solamente l'attenzione al fenomeno. «Stiamo vivendo negli ultimi anni un cambiamento epocale nel ruolo della donna all'interno della coppia: mia nonna Bice non si sarebbe nemmeno mai sognata di dire al nonno Oresta che qualcosa non funzionava all'interno della coppia. Comprendo lo spaesamento maschile di fronte a questo cambiamento pazzesco». Ma Stoppa analizza la questione anche dal punto di vista delle donne, di quelle che si lasciano maltrattare senza ribellarsi: «A differenza dell'atteggiamento di un uomo violento, che è ispirato comunque dall'odio, la donna complice è ispirata da una forma di amore. C'è una speranza che la anima, di veder affiorare la figura del padre seduttore. Si tratta di una bambina che a suo tempo non ha avuto un padre che l'abbia amata in quanto donna. E' come se cercasse, nei segni della violenza, un segno dell'esistenza».

Si è fermato in otto stazioni il treno targato Messaggero Veneto e Bcc Pordenonese che ha fatto idealmente attraversare l'Italia al pubblico di pordenonelegge. Otto come le città sullo sfondo degli altrettanti romanzi gialli protagonisti del ciclo "Viaggio in Italia", che ha toccato l'apice con la tappa di Aosta, dove ad attendere il pubblico c'era Rocco Schiavone, o meglio lo scrittore che gli ha dato la vita, Antonio Manzini. Si intitola "Pulvis et ombra", polvere e ombra, il nuovo capitolo delle avventure del vicequestore Rocco Schiavone, conosciuto al grande pubblico anche per la trasposizione che sul piccolo schermo ha il volto dell'attore Marco Giallini. «Ombre - ha spiegato l'autore - che si gettano sia sul doppio caso che Schiavone si trova a dover risolvere, sia sulla sua vicenda esistenziale». Romano di Trastevere, trasferito per punizione in una città che non sente sua, Rocco è un uomo «che non riesce a prendere in mano la propria vita. È un perdente, uno sconfitto che detesta il luogo dove è capitato ma non riesce ad abbandonarlo». In questa nuova storia del commissario c'è anche un po'di Friuli. Anzi, è proprio a Cividale - cittadina che l'autore conosce da vicino - che avviene un decisivo malinteso tra due personaggi. «Cividale è meravigliosa, ed è una città di confine che di notte diventa un'ombra: mi serviva la sua atmosfera indefinita». Un'atmosfera che si respirerà anche nella seconda stagione della serie televisiva basata «fedelmente» sul romanzo (4 puntate, che ripercorreranno le vicende di 7-7-2017 e Pulvis et ombra), le cui riprese sono iniziate nei giorni scorsi a Roma e che toccheranno presto il Friuli. «Scrittura e tv sono due linguaggi diversi - ha spiegato Manzini, che è anche sceneggiatore della serie -. L'unica cosa che mi dispiace è che adesso Rocco abbia una faccia, una delle tante possibili facce che avrebbe potuto avere nella mente dei lettori. Giallini? È quello giusto, sono felice di ciò che sta facendo». Le vicende di Rocco Schiavone, si chiedono i fan, avranno seguito? «Sì, ma scriverò finché mi divertirò, non per forza, perché finché si diverte l'autore lo fa anche il lettore». Oltre ad Aosta, il treno di Messaggero Veneto e Bcc ha toccato Milano, l'Appennino emiliano, Firenze, la Versilia, Torino, Napoli e Roma, ambientazioni dei gialli scritti da Hans Tuzzi, Pierluigi Vito, Marcello Simoni, Giampaolo Simi, Alessandro Perissinotto, Maurizio De Giovanni e Gilda Piersanti

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